L’agricoltura non è ferma al 1200: a Dolianova sperimentiamo nuove coltivazioni sostenibili

Se l’agricoltura fosse davvero rimasta ferma al 1200, oggi dovremmo andare nei campi con gli stessi attrezzi, affidarci alle stesse conoscenze e sperare che il cielo fosse sempre di buon umore. Fortunatamente non è così. La tradizione agricola ci ha lasciato un patrimonio prezioso di osservazione, esperienza e rispetto dei cicli naturali; la ricerca, nel frattempo, ci ha dato strumenti nuovi per usare meglio l’acqua, controllare la nutrizione delle piante e coltivare anche dove lo spazio o le caratteristiche del terreno pongono dei limiti.

Per questo, quando sentiamo dire che una coltivazione è “troppo moderna per essere naturale”, ci viene da sorridere. Non perché tutto ciò che è nuovo sia necessariamente migliore, ma perché anche l’agricoltura ha sempre innovato. Ha selezionato varietà, costruito terrazzamenti, perfezionato innesti e irrigazione, imparato a leggere il suolo e adattato le tecniche alle condizioni di ogni luogo. L’innovazione agricola non è un tradimento della terra: può essere un altro modo di prendersene cura, purché sia progettata con competenza, verificata sul campo e raccontata con onestà.

È da questa idea che nasce la collaborazione avviata nel 2025 a Dolianova tra Azienda Agricola Dieghito e Azienda Agricola Layla Bruno. Stiamo sviluppando quattro sperimentazioni: vasche idroponiche galleggianti, vasi olandesi fuori terra, patate coltivate in colonna e terrazzamenti destinati a un orto sinergico. Alcune strutture sono ancora in costruzione, mentre le prime coltivazioni sono già state avviate.

Non abbiamo ancora risultati definitivi da esibire, percentuali spettacolari da mettere in vetrina o ricette universali da vendere. Abbiamo tecniche da studiare, obiettivi concreti e la volontà di documentare il percorso. Ed è proprio da qui che vogliamo partire.

Una collaborazione nata per sperimentare, non per inseguire una moda

Il progetto è frutto di una progettazione condivisa. Dieghito e l’Azienda Agricola Layla Bruno mettono insieme conoscenza agricola, osservazione quotidiana, capacità organizzativa e una visione comune: capire se sistemi differenti possano aiutarci a coltivare meglio usando meno risorse, soprattutto acqua e spazio.

In questa collaborazione Enrico svolge un ruolo tecnico. Il suo lavoro consiste nel contribuire alla progettazione e alla realizzazione degli impianti, valutare il funzionamento dei sistemi, seguirne i parametri e individuare gli eventuali correttivi. In una coltivazione fuori suolo, infatti, la parte tecnica non è un accessorio. Portate, ricircolo, ossigenazione, distribuzione della soluzione nutritiva e continuità di funzionamento incidono direttamente sulla salute delle piante. Una buona idea agricola deve diventare una struttura affidabile e controllabile.

«Non vogliamo dimostrare che il passato sbagliava. Vogliamo capire quali strumenti di oggi possono aiutarci a coltivare meglio, consumando meno risorse e senza rinunciare ai nostri principi.»
— Diego, Azienda Agricola Dieghito

«La collaborazione nasce dalla volontà di mettere insieme esperienza agricola, osservazione e sperimentazione. La sostenibilità non si proclama: si progetta, si misura e si migliora.»
— Azienda Agricola Layla Bruno

Che cosa significa davvero “coltivazione fuori suolo”

“Fuori suolo” non significa che la pianta venga coltivata senza radici, senza acqua o senza nutrimento. Significa che le radici non si sviluppano direttamente nel terreno agrario, ma in un ambiente progettato per fornire acqua, ossigeno e nutrienti in maniera controllata.

In alcuni sistemi le radici sono immerse o a contatto con una soluzione nutritiva; in altri crescono in un substrato collocato dentro contenitori. L’acqua porta gli elementi necessari alla crescita e, nei sistemi chiusi, viene recuperata e rimessa in circolo. L’obiettivo non è “industrializzare” la pianta, ma conoscere e gestire meglio ciò di cui ha bisogno, riducendo dispersioni ed evitando interventi inutili.

Naturalmente, “controllato” non vuol dire “automaticamente perfetto”. Un sistema fuori suolo richiede misurazioni, manutenzione e capacità di intervenire in tempo. Se un parametro è sbagliato, il problema può manifestarsi rapidamente. È uno dei motivi per cui abbiamo scelto di procedere per sperimentazioni e non per proclami.

Idroponica e biologico: facciamo chiarezza

Questo è il punto sul quale vogliamo essere più trasparenti possibile.

Il terreno che ospita il progetto è certificato biologico. Nelle nostre attività utilizziamo prodotti ammessi in agricoltura biologica, non ricorriamo a diserbanti chimici e impostiamo la difesa senza prodotti di sintesi. Tuttavia, questa impostazione non trasforma automaticamente una coltivazione idroponica o fuori suolo in una produzione biologica certificata.

La normativa europea applicata anche in Italia lega la produzione vegetale biologica al suolo vivo, in connessione con il sottosuolo e la roccia madre, e vieta la produzione idroponica nell’ambito della certificazione biologica, salvo eccezioni molto specifiche che non riguardano il nostro progetto. Il riferimento è il Regolamento (UE) 2018/848, Allegato II, Parte I.

Perciò non parleremo di “idroponica biologica certificata”. Sarebbe una definizione impropria. Parleremo di sperimentazione fuori suolo orientata alla sostenibilità, condotta su un’azienda con terreno certificato biologico e applicando, anche nelle prove fuori suolo, scelte coerenti con i nostri principi.

La distinzione non è una formalità. “Biologico” è un termine regolato e certificabile; “sostenibile” descrive invece un obiettivo che deve essere valutato considerando l’intero sistema: acqua utilizzata, energia, materiali, durata delle strutture, gestione dei residui, difesa delle colture e qualità del risultato. A noi interessa lavorare bene, non applicare etichette comode.

Perché il circuito chiuso è importante, soprattutto in Sardegna

In Sardegna parlare di acqua significa parlare di agricoltura reale. Periodi siccitosi, temperature elevate e disponibilità variabile rendono la gestione idrica una priorità, non uno slogan. Anche gli interventi regionali adottati durante l’emergenza del 2024 hanno ribadito la necessità di una programmazione più solida per il futuro, come riportato dalla Regione Sardegna.

Le nostre vasche e i nostri sistemi fuori suolo sono progettati con un circuito chiuso a ricircolo. In parole semplici, l’acqua non compie un solo passaggio per poi essere scaricata: viene raccolta, controllata e rimessa in circolo. Lo stesso principio permette di recuperare anche i nutrienti non assorbiti dalle piante, limitando le dispersioni.

La ricerca mostra che i sistemi idroponici chiusi possono aumentare l’efficienza d’uso dell’acqua rispetto a sistemi aperti, ma il risultato dipende dalla coltura, dal clima, dall’impianto e dalla sua gestione. In uno studio comparativo sui sistemi a ricircolo, per esempio, sono stati osservati risparmi rilevanti nello specifico contesto sperimentale. Non useremo quel dato come promessa per Dolianova: le nostre prestazioni dovranno essere misurate qui, nelle nostre condizioni.

Ridurre il consumo d’acqua è dunque uno degli obiettivi centrali, insieme alla possibilità di coltivare meglio in poco spazio, rendere più uniforme la crescita e controllare con maggiore precisione nutrizione e sviluppo. “Obiettivi” è la parola corretta: finché non avremo raccolto dati per un periodo adeguato, non li presenteremo come risultati raggiunti.

Le quattro sperimentazioni in corso a Dolianova

1. Vasche idroponiche galleggianti

Nelle vasche galleggianti, le piante sono sostenute da pannelli o supporti posti sulla superficie dell’acqua, mentre le radici si sviluppano nella soluzione nutritiva ossigenata. È un sistema che consente di distribuire in maniera regolare acqua e nutrienti e di osservare da vicino la risposta delle piante.

Per noi l’interesse principale riguarda il ricircolo dell’acqua, l’uniformità di crescita e il controllo delle condizioni radicali. Le prime coltivazioni sono state avviate, ma non renderemo ancora pubblici dettagli sulle specie, sulle quantità o sulle prestazioni. Prima vengono l’osservazione e la raccolta dei dati; il racconto dei risultati arriverà dopo.

2. Vasi olandesi fuori terra

I cosiddetti vasi olandesi, o Dutch buckets, sono contenitori modulari collegati a un sistema di irrigazione e drenaggio. Le piante crescono in un substrato, mentre acqua e nutrienti vengono forniti in modo controllato. Nel nostro progetto, il drenaggio rientra nel circuito per essere recuperato e riutilizzato.

La modularità permette di intervenire su un singolo vaso e di adattare la struttura allo spazio disponibile. Gli obiettivi sono migliorare il controllo della nutrizione, ridurre gli sprechi e verificare se una gestione più precisa possa favorire piante sane e produzioni più uniformi. Anche in questo caso non consideriamo il sistema una garanzia: lo stiamo costruendo e testando per comprenderne vantaggi e limiti nel contesto di Dolianova.

3. Patate coltivate in colonna

Coltivare patate in colonna significa sviluppare la coltura in verticale, aggiungendo progressivamente il materiale di crescita e sfruttando l’altezza anziché occupare soltanto superficie orizzontale. È una tecnica interessante quando lo spazio è limitato e quando si vuole sperimentare una distribuzione più mirata dell’acqua.

Internet è pieno di immagini accompagnate da promesse di raccolti giganteschi. Noi preferiamo tenere i piedi per terra, anche quando le patate crescono in colonna. La resa dipende dalla varietà, dalla gestione, dal volume disponibile, dalla luce, dalla temperatura e dal modo in cui la pianta forma i tuberi. La nostra prova servirà proprio a capire come questa tecnica risponda alle condizioni locali e se i benefici attesi compensino il lavoro e le risorse necessari.

4. Terrazzamenti e orto sinergico

Non tutte le innovazioni devono necessariamente togliere le radici dal suolo. Nel progetto trovano spazio anche terrazzamenti destinati a un orto sinergico: un incontro tra una soluzione agricola antichissima e un approccio contemporaneo alla cura del terreno.

I terrazzamenti possono rallentare il deflusso dell’acqua e limitare l’erosione sui pendii, anche se progettazione, manutenzione e condizioni del sito ne determinano l’efficacia. Una revisione scientifica dedicata ai terrazzamenti evidenzia sia i benefici sia la necessità di valutarli nel contesto specifico.

L’orto sinergico punta invece a disturbare il suolo il meno possibile, mantenerlo protetto e favorire la diversità vegetale. Sono principi vicini a quelli dell’agricoltura conservativa descritti dalla FAO: minima lavorazione, copertura del suolo e diversificazione delle specie. Non significa abbandonare l’orto a sé stesso. Significa sostituire una parte degli interventi con progettazione, osservazione e prevenzione.

Una qualità migliore è possibile, ma va dimostrata

Quando parliamo di qualità migliore non intendiamo soltanto un prodotto bello e regolare. Per noi qualità può significare crescita più uniforme, nutrizione controllata, piante in equilibrio, minore pressione di alcune erbe infestanti o problematiche legate al suolo e, dove sarà verificabile, caratteristiche organolettiche e conservabilità soddisfacenti.

La letteratura scientifica mostra che il sistema di coltivazione può influire sull’efficienza idrica e sulla composizione del prodotto. In uno studio comparativo sul pomodoro, la coltivazione idroponica ha mostrato una maggiore efficienza nell’uso dell’acqua e valori superiori di alcuni composti nutrizionali rispetto al sistema esaminato. È un risultato interessante, ma riguarda quelle varietà e quelle condizioni. Non dimostra che ogni prodotto idroponico sia sempre migliore, più gustoso o più nutriente.

Anche le prove istituzionali insegnano prudenza. In una sperimentazione su substrati fuori suolo, Sardegna Agricoltura non rilevò vantaggi rispetto ai substrati normalmente impiegati in quel caso specifico. È esattamente il senso della sperimentazione: alcune idee funzionano, altre devono essere corrette, altre ancora non portano un beneficio sufficiente.

Noi misureremo ciò che accade a Dolianova. Solo dopo potremo parlare seriamente di consumo d’acqua, regolarità, salute delle piante, qualità e convenienza pratica.

Sostenibilità non significa assenza di tecnologia

Una pompa, un tubo o un contenitore non rendono una coltivazione meno naturale per definizione. Allo stesso modo, utilizzare tecnologia non rende un progetto sostenibile per magia. Conta come viene costruito e gestito l’insieme.

Nel nostro caso stiamo lavorando su quattro scelte concrete:

  • ricircolo dell’acqua in circuito chiuso;

  • impiego di prodotti ammessi in agricoltura biologica;

  • assenza di diserbanti chimici e difesa senza prodotti di sintesi;

  • riutilizzo reale di materiali e strutture.

Su quest’ultimo punto non possiamo ancora svelare dettagli, perché riguarda una parte progettuale che presenteremo più avanti. Possiamo però anticipare che non si tratta di una decorazione “green”: alcuni elementi verranno recuperati e trasformati per una nuova funzione agricola. Riutilizzare ciò che esiste già può ridurre la necessità di acquistare e produrre nuove strutture, ma anche questo vantaggio dovrà essere valutato insieme a sicurezza, durata, manutenzione e reale utilità.

Il nostro intento non è costruire una scenografia tecnologica. Vogliamo sistemi semplici da comprendere, abbastanza robusti da lavorare nel tempo e coerenti con le risorse disponibili.

I limiti: ciò che un racconto onesto non dovrebbe nascondere

Le coltivazioni fuori suolo offrono opportunità, ma spostano parte della complessità dal terreno all’impianto. Richiedono un investimento iniziale, componenti affidabili, energia per il movimento e l’ossigenazione dell’acqua, controllo dei parametri e manutenzione regolare.

In un sistema a ricircolo, inoltre, l’acqua collega le diverse piante. Questo è efficiente, ma può favorire la diffusione rapida di un problema radicale se igiene, filtrazione e monitoraggio non sono adeguati. La letteratura fitopatologica segnala infatti il rischio di circolazione dei patogeni attraverso la soluzione nutritiva nei sistemi idroponici, come sintetizzato in questo studio sulle malattie trasmesse dall’acqua.

Poi ci sono gli errori umani, i guasti e gli imprevisti climatici. Un’interruzione della pompa o una nutrizione non equilibrata possono produrre effetti più rapidi rispetto a quelli osservati in pieno campo. Per questo il ruolo tecnico di Enrico e la progettazione condivisa sono essenziali: non basta montare una struttura, bisogna imparare a leggerla e correggerla.

Anche i terrazzamenti e l’orto sinergico richiedono lavoro. Le pendenze vanno gestite correttamente, il suolo va protetto, le consociazioni devono essere adatte e le aspettative devono restare realistiche. Nessun metodo elimina la competenza dell’agricoltore. Al massimo, cambia il tipo di competenza richiesta.

Tradizione e innovazione non sono avversarie

Contrapporre “naturale” e “moderno” è spesso una scorciatoia. I terrazzamenti sono una tecnica antica; il monitoraggio di un circuito idroponico è contemporaneo. Entrambi nascono dalla stessa domanda: come possiamo coltivare in modo adatto al luogo, usando bene ciò che abbiamo?

La tradizione è conoscenza accumulata. L’innovazione è conoscenza che continua a muoversi. Se le facciamo dialogare, possiamo preservare ciò che funziona e mettere alla prova ciò che potrebbe funzionare meglio. Se invece trasformiamo l’una o l’altra in un dogma, smettiamo di osservare il campo — ed è il campo, alla fine, a dare la risposta.

A Dolianova vogliamo sperimentare senza cancellare l’identità agricola della Sardegna. Il clima, la disponibilità d’acqua, gli spazi, le colture e le abitudini locali non sono dettagli da inserire a progetto finito: sono il punto di partenza. Importare una tecnica e copiarla alla lettera avrebbe poco senso. Adattarla, verificarla e semplificarla può invece generare conoscenza utile anche per altre piccole realtà agricole e per chi coltiva un orto.

A che punto siamo e che cosa racconteremo

Oggi alcune strutture sono in costruzione e le prime coltivazioni sono state avviate. Condivideremo soltanto tecniche e obiettivi finché non avremo dati sufficienti. Non pubblicheremo stime premature e non presenteremo un primo risultato positivo come una legge generale.

Nei prossimi aggiornamenti vogliamo raccontare il percorso: come funzionano i sistemi, quali problemi incontriamo, quali modifiche si rendono necessarie e quali risultati emergono nel tempo. Se qualcosa non funzionerà come previsto, sarà comunque un’informazione importante. L’agricoltura seria non è fatta soltanto di raccolti fotografati al tramonto; è fatta anche di tentativi, correzioni e domande migliori.

Per il momento il progetto non è aperto alle visite. Se i lavori procederanno secondo programma, dalla primavera potremmo iniziare ad accogliere chi desidera conoscerlo da vicino. Comunicheremo modalità e date solo quando saremo pronti a offrire una visita utile, sicura e realmente interessante.

Domande frequenti sulle coltivazioni fuori suolo

Le coltivazioni idroponiche possono essere certificate biologiche in Italia?

No, nel quadro normativo europeo applicato in Italia la produzione idroponica non può essere certificata biologica, perché la produzione vegetale bio è legata al suolo vivo. Un’azienda può avere terreni certificati biologici e applicare scelte coerenti con il biologico nelle prove fuori suolo, ma non deve presentare quei prodotti come “biologici certificati”.

Un impianto idroponico consuma sempre meno acqua?

Un circuito chiuso può recuperare e riutilizzare acqua e nutrienti, riducendo le dispersioni rispetto a un sistema aperto. Il risparmio effettivo dipende però da progettazione, coltura, clima, perdite, manutenzione e gestione. Per il progetto di Dolianova pubblicheremo dati solo dopo averli raccolti e confrontati.

Le colture fuori suolo sono di qualità migliore?

Possono offrire crescita e nutrizione più controllate, maggiore uniformità e una minore esposizione ad alcuni problemi del terreno. Gusto, valore nutrizionale, conservabilità e qualità complessiva dipendono però dalla specie, dalla varietà e dalla gestione. Non esiste una superiorità automatica.

Che cosa sono i vasi olandesi?

Sono contenitori modulari collegati a un impianto di irrigazione e drenaggio. Le piante crescono in un substrato e ricevono acqua e nutrienti in modo controllato. Nei sistemi chiusi, il drenaggio viene raccolto e ricircolato.

Coltivare patate in colonna aumenta la produzione?

La colonna sfrutta lo spazio verticale e può rendere più mirata la gestione dell’acqua, ma non garantisce da sola rese maggiori. Varietà, volume, rincalzo, luce, temperatura e tecnica colturale sono determinanti. È proprio ciò che intendiamo verificare nella nostra sperimentazione.

Che cos’è un orto sinergico?

È un orto progettato per limitare la lavorazione del suolo, mantenerlo coperto e favorire la convivenza tra specie diverse. Richiede osservazione e progettazione: “sinergico” non significa che l’orto faccia tutto da solo.

Si può già visitare il progetto a Dolianova?

Non ancora. Le strutture sono in fase di realizzazione e le prime coltivazioni sono partite. Se il programma procederà regolarmente, dalla primavera valuteremo l’apertura a visite e momenti di incontro.

Il futuro dell’agricoltura si coltiva una prova alla volta

Non sappiamo ancora quale delle quattro sperimentazioni darà i risultati più interessanti. Sappiamo però che non vogliamo scegliere tra il rispetto della terra e la capacità di innovare. Vogliamo capire come farli lavorare insieme.

Le vasche idroponiche, i vasi olandesi, le patate in colonna e i terrazzamenti con orto sinergico non sono quattro soluzioni miracolose. Sono quattro domande poste sul campo: possiamo consumare meno acqua? Possiamo usare meglio lo spazio? Possiamo controllare la crescita senza rinunciare a pratiche coerenti con i nostri valori? Possiamo ottenere qualità e uniformità migliori in modo sostenibile?

Le risposte arriveranno dai dati, dalle piante e dal tempo. Nel frattempo racconteremo il lavoro con trasparenza, compresi gli errori e le correzioni. Perché l’agricoltura non è ferma al 1200, ma non ha nemmeno bisogno di fingere di vivere nel 2200. Ha bisogno di persone disposte a osservare, sperimentare e migliorare.

Seguite Azienda Agricola Dieghito e Azienda Agricola Layla Bruno per vedere come evolvono le sperimentazioni di Dolianova. Quando il progetto sarà pronto ad accogliere visitatori, comunicheremo le prime occasioni per conoscerlo dal vivo.


Fonti essenziali

  1. Regolamento (UE) 2018/848 sulla produzione biologica, Allegato II

  2. FAO — Conservation Agriculture

  3. Regione Sardegna — Interventi per l’emergenza idrica e programmazione

  4. Recirculating water and nutrients in urban agriculture — Journal of Cleaner Production

  5. Comparison of hydroponic and soil-grown tomatoes — Scientific Reports

  6. Terracing as a measure of soil and water conservation — review

  7. Plant pathogens in hydroponic systems — Plant Disease

  8. Sardegna Agricoltura — Prova su substrati fuori suolo