Coltivare senza barriere: il sogno che sta diventando realtà

Questo progetto, però, non lo sto portando avanti da solo.

Una parte importante di quello che stiamo realizzando nasce dalla collaborazione con Layla, con la quale stiamo sviluppando passo dopo passo l'idea dell'orto accessibile.

Chi ci segue da tempo sa già chi è Layla e conosce il percorso che stiamo condividendo. Proprio per questo mi fa piacere raccontare anche questo progetto per quello che realmente è: qualcosa che stiamo costruendo insieme, confrontandoci continuamente su ciò che può funzionare, su quello che possiamo migliorare e soprattutto su come trasformare una bella idea in qualcosa di concretamente utilizzabile dalle persone.

Perché progettare un orto accessibile non significa semplicemente costruire un basamento più alto.

Significa provare a guardare ogni particolare da un punto di vista diverso.

Quanto deve essere alto?

Una persona seduta riesce realmente ad arrivare alle piante?

Può lavorare lateralmente senza assumere posizioni scomode?

I passaggi sono sufficienti?

Dove possiamo creare un punto per riposarsi?

Dove servirà ombra?

Come possiamo permettere a una persona di partecipare davvero senza che qualcuno debba continuamente fare le cose al suo posto?

Sono domande apparentemente semplici, ma sono proprio queste domande che stanno facendo crescere il progetto.

Con Layla stiamo ragionando anche su questo: non vogliamo costruire qualcosa che sia accessibile soltanto nel nome. Vogliamo osservare come viene utilizzato, provare, accorgerci degli errori e modificarlo quando sarà necessario.

Il primo basamento, alto circa un metro, è già stato realizzato e stiamo iniziando a piantumare e seminare il nostro orto invernale.

Per noi rappresenta una specie di laboratorio a cielo aperto.

Lo utilizziamo, lo osserviamo e cerchiamo di capire cosa funziona realmente.

Io stesso riesco a gestirlo molto bene lateralmente e questo è stato un primo riscontro importante. Ma non vogliamo fermarci alla nostra esperienza.

Quando inizieremo ad accogliere altre persone, saranno anche loro ad aiutarci a capire come migliorarlo.

Una persona anziana potrebbe farci notare una difficoltà alla quale non avevamo pensato.

Una persona in sedia a rotelle potrebbe suggerirci una modifica apparentemente piccola ma capace di fare una grande differenza.

Qualcuno potrebbe aver bisogno di un punto di appoggio in più.

Qualcun altro di maggiore spazio.

Ed è proprio così che io e Layla immaginiamo la crescita di questo progetto: non come qualcosa di deciso una volta per tutte a tavolino, ma come uno spazio che continuerà ad evolversi attraverso le persone che lo vivranno.

Perché l'accessibilità, secondo noi, non si proclama.

Si verifica sul campo.

E soprattutto si costruisce ascoltando.

C'è poi un altro aspetto della collaborazione con Layla al quale tengo particolarmente.

Questo orto nasce da un'idea di inclusione che non vuole mettere nessuno al centro perché “più sfortunato” degli altri.

È esattamente il contrario.

Vogliamo provare a creare condizioni nelle quali le differenze pesino un po' meno.

Una persona può avere ottant'anni.

Un'altra può utilizzare una sedia a rotelle.

Un'altra ancora può essere giovane e non avere alcuna difficoltà motoria.

Davanti allo stesso basamento, però, tutte possono mettere le mani nella stessa terra.

Ed è questa l'immagine che io e Layla vorremmo riuscire a trasformare in realtà.

Non sappiamo ancora quanto diventerà grande questo progetto.

Sappiamo però che abbiamo cominciato.

E forse la cosa più bella è proprio questa: vedere un'idea diventare poco alla volta qualcosa che si può toccare.

Prima ne abbiamo parlato.

Poi abbiamo iniziato a ragionare su come realizzarla.

Adesso il primo basamento esiste davvero.

C'è la terra.

Stiamo seminando.

Stiamo piantando.

E da qui vogliamo continuare a costruire insieme.

Un basamento alla volta, una pianta alla volta e, soprattutto, ascoltando una persona alla volta.

Perché questo non vuole essere soltanto l'orto di Dieghito.

Il sogno che stiamo sviluppando insieme a Layla è molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più ambizioso:

costruire un orto nel quale nessuno debba fermarsi davanti alla terra pensando:

“Questo non è più un posto per me.”